MADONNA CHE SCAPPA, UN AFFARE DI FAMIGLIA

Un “affare di famiglia”, solo così può essere definita, dopo l’ultima edizione, la manifestazione di Sulmona più apprezzata e conosciuta nel mondo. Il Corriere della Sera e il New York Times le hanno dedicato negli anni intere pagine per raccontarne la storia piena di fascino e suggestione. Mistica e al tempo stesso legata alle tradizioni popolari e alla vita contadina della parte interna dell’Abruzzo, quella  forte e gentile. Quel manto nero che, come in un gioco magico, scivola sulle spalle della Vergine per liberarla dal dolore e dal pianto e spingerla in una corsa a perdifiato verso il figlio risorto. Pochi secondi che mandano il cuore in gola delle ventimila persone presenti in piazza a Sulmona, fino a quando l’abbraccio liberatorio dei confratelli lauretani unisce le lacrime con la gioia in un vortice unico di emozioni e sensazioni. Ma da almeno un ventennio, la Madonna che Scappa è diventata un “affare di famiglia”. Un patrimonio della città finito nelle mani di un dipendente della Confraternita e di alcuni “fedeli scudieri”, che ne stanno stravolgendo la storia e l’unicità. Non per un ritorno economico ma solo per un disegno egoistico e perverso che mira ad accontentare l’ambizione e l’egocentrismo di amici e parenti. Un disegno partito con l’interruzione di una delle tradizioni più antiche che assegnava il segreto del manto nero e il rito della vestizione della Madonna a una famiglia di Sulmona. Luigi Rapone, con il consenso dell’allora priore Fabio Fiore e del direttivo lauretano, tolse il rito del manto alla famiglia D’Eramo per affidarlo al fratello della moglie. Ma non finisce qui. Il suo sogno, non tanto segreto, era quello di guidare la quadriglia della corsa della Madonna la domenica di Pasqua. Un sogno che sembrava impossibile perché il regolamento della Confraternita impone che quel ruolo spetta di diritto al capo dei sacrestani e non al dipendente contabile. E allora cosa si è inventato? È riuscito a far nominare come capo dei sacrestani un confratello avanti con gli anni che non aveva più la prestanza e le capacità fisiche per affrontare un impegno così particolare e gravoso. In questo modo è riuscito a farsi nominare guida della corsa, ruolo che ha ricoperto per tanti anni, prima nel 1997 e poi dal 1999 al 2005 fino a quando nel 2013 è tornato nuovamente alla carica quando la quadriglia della quale faceva parte il figlio, fu estratta per la corsa di quell’anno. Con i suoi metodi altamente persuasivi, Rapone riuscì a convincere anche il commissario Pietro Ciccarelli, nominato dal vescovo Spina, che in quegli anni tentò, senza riuscirsi, di smantellare il cerchio magico che ruotava attorno al segretario. Rapone nonostante già avanti con gli anni, riuscì ancora una volta a guidare la corsa, questa volta al fianco del figlio. Lo stesso che da quattro anni, non si sa per quale recondito motivo, è diventato a sua volta l’insostituibile guida della Madonna che scappa. Una storia che si ripete, viene voglia di dire, anche perché sembrerebbe che il figlio, almeno secondo quanto riferito da alcuni confratelli lauretani, frequenti quotidianamente gli uffici della segreteria della Confraternita, apprestandosi a prendere il posto del genitore anche come dipendente stipendiato.

Barbato da Sulmona 

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